Il “modello Siracusa” nella gestione del randagismo e la visione onirica di una nuova forma di economia circolare.

“Un luogo atto al ricovero dei cani e dei gatti che sia attrezzato con sala operatoria, ambulatorio e locali di degenza per il controllo e la loro eventuale sterilizzazione nonché la cura di animali ammalati”, dove poter condurre cani vaganti che qui “soggiornano fino al momento della restituzione al proprietario, del loro affidamento o della loro rimessa in libertà e presso cui “l’assistenza sanitaria degli animali ospitati è assicurata dall’area di sanità pubblica veterinaria delle aziende unità sanitarie locali”.

La legge regionale 15/2000, che stabilisce le norme per la tutela degli animali d’ affezione e la prevenzione del randagismo, così definisce, istituendolo, il “rifugio sanitario pubblico”, di cui è previsto si dotino i Comuni, singoli od associati.

Ad esso il legislatore attribuisce funzioni  fondamentali:  la gestione delle emergenze, l’anagrafe , le campagne di sterilizzazione e di sensibilizzazione all’adozione.

Per la salvaguardia  della salute e del   benessere dei “cittadini a quattro zampe”  in tutte le fasi della loro vita e per  il miglioramento  della convivenza con la specie umana, il quadro legislativo prevede l’attuazione dei seguenti passaggi:

A monte, sterilizzare gli animali vaganti (ed anche ex vaganti, come incentivo all’affido ed all’adozione);

Reprimere il fenomeno dell’abbandono attraverso la microchippatura  obbligatoria degli animali di proprietà ed i controlli;

A valle, svuotare via via  i ricoveri di lunga permanenza, assistendo gli animali non adottabili fino alla conclusione della vita, e gestendo e promuovendo adozioni mirate e consapevoli per tutti gli altri.

A Siracusa, però, qualcosa sembra non funzionare come si deve: infatti, dal piano esecutivo di gestione per il 2016 sul bilancio comunale risultano gravare   901,000.00 euro per il servizio di trasferimento, ricovero, custodia e mantenimento dei randagi rinvenuti e catturati nel territorio, a favore di  due strutture private che ospitano (nella maggior parte dei casi per tutta la vita) i randagi del sindaco. Si ricorda che tutti gli animali del territorio, a meno che non siano michrochippati a nome di altro soggetto, appartengono al sindaco. A fronte di ciò, la spesa che viene stanziata  per le sterilizzazioni è al contrario  del tutto risibile (appena 15000 euro).

Ad un osservatore esterno e non addetto ai lavori colpisce la bizarra strategia che sottende le dinamiche del fenomeno randagismo: controllo delle nascite minimale, proliferazione degli animali vaganti, sostegno alla cattura e mantenimento degli ospiti nelle strutture private, col  paradosso che i   “premi di produzione” per il conseguimento degli obiettivi raggiunti gratificano unicamente coloro che si occupano  del  rinnovo delle convenzioni per la gestione dei canili privati ( almeno quelli distribuiti fino al 2015).

Ancora una volta, viene spontaneo pensare che, anche in relazione al fenomeno del randagismo, i nostri amministratori, saldamente ancorati alle profonde radici culturali cittadine, abbiano dato e continuino a dare prova di civiltà e buon governo della città. Infatti, avendo maturato negli anni una grande sensibilità al fenomeno ed una profonda conoscenza delle sue problematiche, hanno sviluppato visioni strategiche che sembrano superare il quadro legislativo regionale, inadeguato ai loro occhi di amministratori lungimiranti. Il concetto di “rifugio sanitario”, così come lo stesso meccanismo di contenimento del fenomeno a monte, e gestione oculata dei flussi residui a valle, delineato dalla legislazione, vengono bypassati di slancio. Il meccanismo costituito da campagne di microchippatura e sterilizzazione, promozione delle adozioni tendenti al progressivo svuotamento dei canili, e al conseguente reimpiego delle risorse così risparmiate per il controllo della proliferazione e della salute degli animali e per gli incentivi all’adozione sembrerebbe oramai obsoleto per i nostri amministratori. Si ricordi che è lo stesso meccanismo che ha risolto il problema in altre comunità del mondo civilizzato che hanno voluto affrontarlo. Mancando una seria politica delle sterilizzazioni, si dà la stura a nascite incontrollate ed alla libera diffusione di cucciolate per il territorio comunale; mentre, cittadini di buon cuore si prendono cura di loro senza metodo ne’ strumenti e nel migliore dei casi li adottano di slancio sotto la pressione della pietà e dell’ emergenza e questo, purtroppo, alimenta gli abbandoni.

Il tutto va a costituire un processo circolare che si autoalimenta con la proliferazione incontrollata, come un ideale moto perpetuo, e si traduce in: in cospicui vestimenti pubblici per il mantenimento presso strutture private degli animali sopravvissuti all’olocausto della strada  un “indotto” diversificato, in cui accade  che ne beneficino alcune associazioni protezionistiche o animaliste, con  rimborsi spese a vario titolo per gli interventi di emergenza, cattura, ricovero, stallo temporaneo, fino all’organizzazione di trasferimenti verso altre realtà territoriali che, come è noto, talvolta finiscono per assumere la connotazione di traffico di animali a fini di lucro. In sintesi, il cucciolo evolve a “valore economico”; perché dunque limitarne la “produzione” e “diffusione” sul territorio?

A questo punto, forse, resterebbe  soltanto da modificare il messaggio di benvenuto della nostra solare cittadina, proclamando Siracusa “terra d’arte, cultura, e mercificazione dei randagi”.

 

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